Le nuove tecnologie: democratiche e a basso costo

Le nuove tecnologie: democratiche e a basso costo

Adatte a tutti, il loro luogo ideale sono i laboratori artigianali dove si sperimenta con la materia, e i Fablab.

Negli ultimi due decenni le tecnologie informatiche hanno permeato qualsiasi campo applicativo della nostra vita, generando nuovi bisogni e soddisfandone altri rimasti inespressi. L’immensa potenzialità di questo sviluppo ha saputo spalancare la porta della quotidianità a visioni inedite e per nulla scontate. A fianco di strumenti con un alto grado di complessità, sono state affiancate macchine adatte a un consumo di massa, progressivamente addomesticate per intercettare un bacino sempre più ampio di utilizzatori. Alcuni di questi artefatti li conosciamo già da tempo – si pensi al telefono cellulare – altri invece hanno appena iniziato ad affermarsi con le loro straordinarie potenzialità: è il caso delle stampanti 3D, destinate a rivoluzionare non solo la manifattura, ma presto anche la nostra vita.

Democrazia open source

open-source-faberlabFino a pochi anni fa, una stampante 3D era uno strumento sconosciuto ai più, in mano a tecnici altamente specializzati e compreso nelle sue funzionalità solo da un ristretto pubblico di addetti ai lavori. Nell’arco degli ultimi cinque anni abbiamo invece assistito alla diffusione esponenziale di piccole stampanti 3D “entry level”, disponibili in kit da assemblare e relativamente a basso costo. La loro rapida evoluzione ha interessato in una prima fase gli Stati Uniti, per poi dilagare in Europa e nel resto del mondo grazie a una comunità internazionale sempre più numerosa e appassionata di nuovi fabbricatori digitali (i cosiddetti “maker”). A fianco di questa democratizzazione tecnologica, resa possibile dall’etica open source del libero scambio di dati e conoscenze attraverso internet, è stato necessario dare forma a centri divulgativi-operativi, quali i Fablab, capaci di rispondere a una sempre più crescente richiesta di corsi sperimentali (workshop) per cimentarsi con queste nuove tecnologie. Parallelamente sono nate nuove realtà produttive ibride – come Tecnificio e Faberlab – che hanno cercato di imporsi come spazi nevralgici di scambio e confronto con le diverse realtà “maker” sparse sul territorio. In tale contesto, le stampanti 3D sono gli strumenti che simboleggiano ciò che è stata chiamata la “Third Industrial Revolution” (The Economist, 21 Aprile 2012): i presupposti alla base di questa previsione si fondano da un lato sul desiderio di customizzazione crescente negli utenti finali, sempre più ricercata dal mercato, e dall’altro sul fatto che l’attuale crisi economica globale potrà favorire sempre di più la ricerca di scenari di progettazione e manifattura innovativi.

I laboratori artigiani

Patrizia e Marcello di Tecnificio - autori dell'articolo - ci mettono la faccia. Più o meno. ;-)

Patrizia e Marcello di Tecnificio – autori dell’articolo – ci mettono la faccia. Più o meno. 😉

I maker hanno portato all’attenzione di tutti alcune innovazioni sistemiche, e la consapevolezza che il bisogno di creazione non appartiene solo a designer o artisti, ma fa parte della natura dell’uomo e dunque può essere trasferito anche in mani meno esperte. Questo fenomeno globale, guidato dalla democratizzazione delle tecnologie, ha espressioni diverse a seconda dell’area geografica in cui ci si trova: in America, ad esempio, l’immagine dei maker è quella degli hobbisti tecnologici nei garage, mentre in Spagna c’è una maggiore commistione con le discipline architettoniche. In Italia è diverso: qui c’è già una grande tradizione di laboratori artigiani in cui si sperimenta con la materia e la tecnologia, valorizzando le competenze acquisite per prove d’errore. Nel Belpaese il fenomeno dei maker ha dato slancio proprio alla piccola manifattura, dove un know-how tecnico grandissimo spesso si accompagna però a carenze dal punto di vista dell’innovazione digitale e della comunicazione. I maker hanno ricordato a tutti che si possono fare le cose mettendoci la faccia, e così il nostro made in Italy, fatto di persone capaci che lavorano nell’ombra, si è messo in mostra al pubblico anche in questa chiave, facendo capire che per realizzare qualcosa di bello ci vuole passione, competenza, oltre che una sana dose di innovazione, e soprattutto del tempo.

In questo contesto il caso italiano può dare i suoi frutti migliori grazie al rapporto diretto tra designer e imprese artigiane: le nuove tecnologie di fabbricazione digitale (dalla stampa 3D al taglio laser fino all’elettronica di consumo open-source) hanno il grande merito di essere oggi facilmente accessibili, e rappresentano una base di dialogo comune per entrambe le categorie.
Lo scopo è quello di amalgamare le potenzialità delle nuove tecnologie e del mondo digitale con l’expertise degli artigiani più tradizionali.
Le nuove tecnologie ci permettono di mixare realtà dapprima inconciliabili e fornire nuovi stimoli per rinnovarci. Si sottovaluta spesso l’importanza di creare una storia intorno al proprio lavoro quotidiano: l’Italia, pur avendo strumenti analogici di altissima qualità, in molti casi ha perso la capacità di raccontarsi in modo fresco e contemporaneo. E senza una visione nuova rivolta al futuro, una storia di manifattura lunga generazioni rischia di spegnersi.

 
[articolo originale sul numero di gennaio/febbraio di Imprese e Territorio]